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Il fondamento teologico, spirituale e etico del lavoro del JRS: un possibile contesto per ulteriori contributi
lunedì, novembre 14, 2011


Gesuiti, teologi e staff del JRS si sono incontrati a Boston per sviluppare risorse per supportare lo staff del JRS a trovare un significato etico e spirituale nel loro lavoro. (Boston College)
Boston, 7 ottobre 2011 – Molte delle associazioni che rispondono ai bisogni dei rifugiati sono di ispirazione religiosa. Questo pone la questione di perché la fede – e in particolare la fede nel Vangelo di Cristo – ispiri molte persone che cercano di aiutare chi è dovuto fuggire dalla propria casa. L’azione ispirata alla fede e forse la fede stessa possono offrire qualcosa di particolarmente utile ai migranti forzati?

Le guerre, i terremoti e gli sconvolgimenti politici uccidono molte persone. Sconvolgono fin dalle fondamenta quei mondi di cose date per scontate in cui i migranti forzati vivevano fino al momento della fuga. Nel crollo della routine del mondo ordinario, la migrazione forzata strappa la superficie del dominio secolare1 stesso. Proprio come un terremoto spacca la crosta terrestre, le crisi che mettono in fuga i rifugiati incrinano le spiegazioni secolari del senso della vita.

Sia i rifugiati che coloro che li accompagnano, quindi, sono in qualche modo portati a chiedersi se il male e la distruzione abbiano avuto il sopravvento nell’esistenza umana. L'esilio spesso solleva questioni di natura religiosa – questioni sul senso profondo della vita2.

Questo apre due possibilità spirituali. Sia i rifugiati che chi lavora con loro possono concludere che, attraverso la crepa che si è aperta in questa routine mondana, si trovano a guardare in un abisso di mancanza di senso. La disperazione può diventare una risposta ragionevole quando si contempla l'abisso di oscurità senza fondo aperto dal disastro e dalla fuga.

Oppure possono cogliere, anche se confusamente, una fonte di speranza che è più profonda del significato secolare che è andato in frantumi. Possono sentirsi invitati a una fede e una spiritualità più profonde, a una nuova fiducia nel fatto che esiste una speranza al di là del significato in cui precedentemente confidavano. Questa fede può consentire ai migranti forzati di sopportare e addirittura di combattere attivamente per un futuro migliore.

La fede può anche dare forza a chi, senza essere personalmente una vittima, lavora per aiutare chi lo è. Il tipo di fede a cui le vittime arrivano condiziona il modo in cui reagiscono. L'orientamento spirituale di chi è testimone della crisi condizionerà il modo in cui cercherà di rendersi utile.

Questo pone alcune questioni. In che modo la migrazione forzata è una sfida e/o un invito alla fede? Quali risorse di fede possono aiutare i rifugiati e lo staff del JRS che deve affrontare queste sfide? Che modelli di spiritualità possono aiutarli in queste sfide? Come possono il JRS e il suo staff riflettere più approfonditamente sulle risorse spirituali potenziali che sono a disposizione degli operatori e delle persone che accompagnano?

Fede cristiana e JRS

Molti temi nella teologia cristiana, inclusa quella cattolica, sono particolarmente rilevanti per la situazione dei rifugiati e sarebbe utile riflettere su come dovrebbero informare il lavoro del JRS.

La memoria storica dei cristiani e degli ebrei ha portato spesso i fedeli di entrambe le tradizioni religiose a rispondere ai bisogni dei migranti forzati. Quando la carestia ha reso Israele un popolo di sfollati in Egitto, quando dei dominatori autoritari hanno sfruttato Israele in Egitto e quando un tiranno babilonese ha in seguito reso gli ebrei dei rifugiati, Dio ha visto le loro necessità, ha sentito le loro grida per ottenere giustizia, li ha liberati e li ha condotti a una patria di libertà. Così la religione ebraica e quella cristiana spingono i propri fedeli ad imitare in questo il Dio in cui credono.

I cristiani ricordano anche che poco dopo il primo Natale, un messaggero di Dio è apparso a Giuseppe e gli ha detto: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto… perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo." Gesù, Maria e Giuseppe rientrano nell'attuale definizione di rifugiati: a causa di una persecuzione, hanno attraversato il confine tra due nazioni.

Perciò non ci sorprende che la parabola sul giudizio finale raccontata da Gesù affermi che saranno coloro che hanno accolto gli stranieri ad entrare nel Regno di Dio (Mt. 25:35). La fede nella proclamazione di questo Dio da parte di Gesù ha portato alla fondazione del JRS.

La fede cattolica considera la Chiesa come fonte di "intima unione con Dio" e, allo stesso tempo, "dell'unità di tutto il genere umano."3 La fede e l'amore per il Dio di tutto l'universo chiama alla solidarietà oltre i confini nazionali, specialmente verso chi resta escluso nel moderno sistema di Stati nazionali.

Questo argomento potrebbe sostenere il JRS nel chiedere una maggiore apertura nei confronti di chi cerca asilo. Potrebbe stimolare sia la Chiesa Cattolica che il JRS a cercare di assistere tutti i migranti forzati, sia che si tratti di rifugiati ai sensi della legislazione internazionale o di quelli che la Chiesa ha definito 'rifugiati di fatto' – persone costrette a lasciare il proprio Paese da cause diverse da una persecuzione e sfollati all'interno delle frontiere del proprio Paese d'origine4.

Quando ci si confronta con la profonda sofferenza umana, la fede cristiana può anche sostenere la speranza e incoraggiare a perseverare nelle azioni a sostegno dei rifugiati. Quando il lavoro a loro favore sembra fallito, la croce di Cristo è un segno potente del fatto che Dio rimane accanto a coloro che soffrono e muoiono. La croce, in altre parole, è un segno potente del fatto che Dio è presente nella solidarietà con tutti quelli che soffrono, senza mai abbandonarli e anzi camminando al loro fianco anche nell'oscurità della morte.

Così, l'amore di Dio incarnato nella croce rimane una sorgente di speranza anche a fronte di un apparente fallimento. E la croce non è l'ultima parola. La resurrezione di Cristo promette che anche quando la perdita, la sofferenza e la morte sembrano prevalere, possiamo sperare che l'amore di Dio porterà tutti quelli che soffrono a una vita nuova, proprio come il Suo amore ha fatto per Gesù facendolo resuscitare dai morti.

Possiamo chiederci in quali modi queste dimensioni della fede continuino a essere una fonte centrale per l'energia spirituale e etica del JRS. Come si potrebbe approfondirle? Gli operatori del JRS incontrano ostacoli rispetto a questa fede oggi che l'organizzazione si prepara a iniziare il suo quarto decennio?

Una fede inclusiva

La fede cristiana, come è inteso nel JRS, crea anche solidarietà, non barriere di esclusione, con i fedeli di altre tradizioni religiose. La fede cristiana condivide il proprio potere di sostenere la speranza non solo con l'ebraismo, suo fratello maggiore nella fede, ma anche con tratti significativi dell'islam, dell'induismo e del buddhismo.

Anche l'islam ha avuto inizio, come comunità religiosa organizzata, con la migrazione (hijra) di Mohammed da Mecca a Medina. Il buddhismo è nato con l'intuizione, da parte di Gautama, che la speranza può essere mantenuta nel mezzo delle sofferenze e che la compassione per coloro che soffrono è un passo sulla via per la liberazione.

La fede cristiana che anima il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati incoraggia – e anzi esige – che ebrei, musulmani, indù, buddhisti e fedeli di altre religioni siano accompagnati e serviti esattamente come i rifugiati cristiani e che la loro fede, speranze e dubbi siano rispettati. La fede cristiana spinge il JRS anche a trovare vie per la comprensione interreligiosa e per la cooperazione con fedeli di altre tradizioni religiose nell'impegno comune di aiutare i migranti forzati5.

La fede cattolica porta anche il JRS a accompagnare e servire i migranti forzati che non sono credenti e a cooperare attivamente con coloro che si dedicano al lavoro con i rifugiati per motivazioni non legate alla religione. La fede cattolica insegna che il Dio di Gesù Cristo, un Dio compassionevole che libera, è la fonte ultima di speranza che dà forza alla loro azione; riconoscono però pienamente che l'impegno per la dignità e il riconoscimento dei migranti forzati ha il suo fondamento nel fatto che tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio e sono titolari di diritti umani.

Così, il lavoro del JRS a favore dei migranti forzati può essere supportato su basi secolari umanistiche e cerca la collaborazione di tutti coloro che si impegnano per difendere i diritti dei migranti forzati.

Quali sono le opportunità e le sfide per il lavoro del JRS in quanto organizzazione gesuita e cristiana rispetto al fatto che molti di coloro che vengono serviti dal JRS non sono cristiani? Cosa comporta, per i modi di operare del JRS, il fatto che una parte dello staff del JRS sia composto da buddhisti, musulmani e indù? Lo staff del JRS ha occasioni di riflessione interreligiosa? Come si potrebbe rendere possibili tali occasioni? In che modo si potrebbe sostenere e approfondire il lavoro del JRS in quanto organizzazione gesuita e cristiana, tenendo conto del fatto che una parte dello staff e alcuni suoi partner hanno motivazioni non religiose per il proprio lavoro?

Alcune questioni etiche

Oltre a queste questioni religiose e spirituali, il lavoro del JRS oggi suscita alcune questioni di carattere etico. Per esempio, il JRS si trova spesso ad essere partner operativo di agenzie grandi, spesso altamente burocratizzate, che a volte si preoccupano del reale accompagnamento dei rifugiati in misura minore di quanto il JRS cerca di fare. La burocrazia ad ogni livello può essere uno strumento necessario alla fornitura di servizi in contesti di emergenza complessi. Ma può anche costituire una minaccia per lo stile di risposta ai bisogni dei migranti forzati più centrato sulla persona che il JRS ha scelto di adottare.

Questo può creare difficoltà: come garantire un vero accompagnamento quando si lavora secondo procedure professionali e rendicontabili che spesso sono richieste dai partner e dai finanziatori? Alcune di queste difficoltà possono essere di natura etica, specialmente nel caso in cui i bisogni dei migranti forzati e i requisiti evidenziati dai partner e dai finanziatori entrassero in conflitto.

Questioni analoghe possono sorgere quando gli obiettivi dell'accompagnamento e del servizio sono in contrasto con quelli dell'advocacy. Quaranta anni fa, Médecins Sans Frontières fu fondata quando un gruppo di medici uscì dal Comitato Internazionale della Croce Rossa perché ritenevano che la volontà di ICRC di non compromettere lo svolgimento del proprio servizio umanitario rimanendo politicamente neutrale configgesse con il loro dovere di rendere testimonianza ('temoignage') delle gravi violazioni dei diritti umani a cui assistevano.

Questo genere di 'testimonianza' è una componente di quello che il JRS intende per advocacy. Ma parlare pubblicamente può avere delle conseguenze politiche. Governi autoritari o militari potrebbero arrivare ad espellere il JRS dal proprio territorio, impedendo così l'accompagnamento e il servizio. Come gestire questa tensione?

Il JRS ha una serie di altri obiettivi che possono essere in contrasto tra loro, a volte sul piano etico. Per esempio, come si rapporta l'impegno del JRS a rimanere fedele alla propria ispirazione gesuita con il suo desiderio di includere pienamente tutti i non gesuiti che fanno parte dello staff e del coordinamento, incluse le donne?

Questi sono solo alcuni dei punti che meritano di essere discussi ulteriormente. Il mio scopo è suggerire alcune direzioni; non intendo certamente limitare l'ambito del dibattito. Spero che i documenti prodotti in questa sezione affronteranno queste e molti altri temi.

David Hollenbach SJ, Direttore del Centro per i Diritti Umani e la Giustizia Internazionale, Boston College

Note

1. Uso il termine secolare in questo contesto nel senso di "terreno, mondano" secondo la definizione del vocabolario Treccani.

2. Per una discussione sulla religione come risposta all'esperienza del limite, cfr. David Tracy, Plurality and Ambiguity: Hermeneutics, Religion, Hope (San Francisco: Harper and Row, 1987), specialmente capp. 3 e 4.

3. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium (Costituzione dogmatica sulla Chiesa), no. 1. http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html.

4. Cfr. Pontificio Consiglio "Cor Unum" e Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, "I rifugiati: una sfida alla solidarietà," 1992, no. 4, online all'indirizzo:  http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/corunum/documents/rc_pc_corunum_doc_25061992_refugees_it.html l e Jesuit Refugee Service, "The JRS Charter," in JRS, Everybody's Challenge: Essential Documents of Jesuit Refugee Service 1980-2000 (Roma Prati, Italy: JRS, 2000), no. 8.

5. La Compagnia di Gesù ha indicato la cooperazione interreligiosa e il dialogo come una delle priorità centrali della propria missione. Cfr. 34° Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, "Decreto 5: La nostra missione e il dialogo interreligioso," in John W Padberg SJ, ed., Jesuit Life & Mission Today: The Decrees and Accompanying Documents of the 31st-35th General Congregations of the Society of Jesus (Saint Louis: Institute of Jesuit Sources, 2009), 547-556. In quanto opera promossa dai gesuiti, il JRS cerca di essere particolarmente attento alle tematiche interreligiose che possono sorgere nell'ambito del proprio lavoro con i migranti forzati e i collaboratori appartenenti a altre tradizioni religiose.